Pensiero. Di docce novembrine e sorrisi all’incontrario

Sono giornate uggiose d’autunno, delle quali anche io come Battisti mi domando il colore – quello che spunta da uno spiraglio del monotono pastrano che avvolge l’aria e il cielo.

La doccia bollente è, in questo periodo dell’anno, uno dei momenti migliori della giornata, seguito a ruota dal rintuzzarsi sotto il piumone alla sera, guardando cartoni animati o leggendo libri per bambini insieme a L.
In quel cubicolo stretto, con il getto forte diretto sulla nuca e respirando il vapore reso aromatico dal bagnoschiuma, le tensioni si sciolgono e riesco infine a scoprire i colori più vividi del cielo.

Amo, solo qui, perdere il tempo necessario a prendermi il tempo che mi merito – per riposare e lavare via le incrostazioni dei pensieri, superare scogli, mettermi in stand-by. Con un figlio, una casa, un marito, un lavoro e un cane, per di più incinta, succede raramente di mettersi in stand-by.

Sento i polmoni riempirsi piano piano; percepisco ogni nervo sui cui batte il flusso del doccino; chiudo gli occhi per cogliere ogni nervo, ogni vibrazione; studio le piccole gocce d’acqua che imperlano la plastica satinata del box doccia a soffietto, che per un momento mi appare un po’ meno brutto.

Proprio ieri ne ho trovate alcune, di piccole polle d’acqua appese, che insieme parevano un volto imbronciato, con una triste boccuccia ad U rovesciata e dei capelli a spazzola irti verso il soffitto, fantasiosamente gonfiati dal vapore nella stanza.
Mi scocciava, vederlo irrompere con tutti suoi crucci nel mio momento di pace: quel suo sguardo arrabbiato mi arrabbiava, rovinandomi l’agognata doccia della sera.

Così ho voluto raddrizzarglielo, quel sorriso all’incontrario. Col mignolo, il dito più piccino, ho tracciato una virgola opposta.
L’opprimente risultato è stato una un rozzo strappo nella delicata tela appannata dal vapore, un bavaglio messo con forza al mio immaginario amico melanconico.

Ma non è sempre così, in fondo? Quando pretendiamo da noi stessi o altri d’indossare una felicità falsa per il bene dell’apparenza, non stiamo semplicemente mettendoci a tacere?
Zittiamo le nostre emozioni perché al lavoro, fuori casa, tra conoscenti e parenti perfino non ci è concesso d’essere infelici, nemmeno per un attimo – le persone mal sopportano l’infelicità altrui, così come la genuina felicità se prolungata.
Vestiamo un bel sorriso come richiesto dalle convenzioni sociali, ma in realtà non stiamo facendo altro che nasconderci la bocca con un grosso fazzoletto.

Non potevo lasciare il piatto doccia così, con questo pensiero mesto nella testa. Dovevo pur trovare un risvolto positivo in questa riflessione novembrina.

Forse il bello è capire che con chi puoi togliere il bavaglio e concederti il lusso di essere fragile, ecco, quella è casa.

Pubblicato da

Alicecream

30 anni e qualcosa. La vita con un figlio, un marito, un cane, un mutuo e una buona dose di ansia. Searching for common poetry in daily life

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