Bullismo: un’esperienza, raccontata col senno di poi

Dal mio ex-blog Pannolini&Decollètè. Una delle tante lettere a mio figlio.
Premessa: in questo post ho usato tante parole forti. Parole aspre che non amo, ma che in certi casi non si possono evitare. Buona lettura.

Ora ti racconto un mio piccolo segreto, una di quelle cose che prima di raccontarle a qualcuno ci vuole tempo, fiducia e amore. Quelle cose che non dici a nessuno, perché te ne vergogni, anche se di colpe non ne hai. E lo scrivo qui su questo blog perché, come sempre, tu possa leggerlo quando sarai più grande. E perché considero voi, che mi leggete, delle amiche a cui queste cose non vanno taciute.

Verso i dodici anni sono ingrassata. Sono obiettivamente ingrassata un po’ troppo, non lo nascondo.

Essendo sempre stata una bambina magra, non avevo dato alcun peso a questo cambiamento, probabile conseguenza degli assestamenti ormonali; tanto più che facevo tanto sport quindi, in termini di salute, non c’era proprio niente di preoccupante: erano solo cinque o sei chili in più che, quasi sicuramente vista la mia costituzione, avrei perso con l’ingresso ufficiale nell’adolescenza.

Un giorno qualcuno, non saprei dire chi, ha deciso per me che la mia persona si sarebbe identificata con quei chili extra.
Io non ero più Alice, no, per tutti ero l’Obesa. Così mi chiamavano. Obesa. E così mi avrebbero chiamato fino alla fine delle scuole medie. Poco importa che abbia perso poi 18 chili (diciotto!), arrivando ad essere fin troppo magra.
Poco importa che io fossi più in gamba dei miei aguzzini.
Poco importa che, alla fine, fossi diventata anche più carina di loro.
Fino alla fine delle scuole, io sarei rimasta conosciuta così.

Questo quando il mio carattere era in piena formazione, quando cominciavo a avere bisogno dell’approvazione dei coetanei, quando l’insicurezza era già ai suoi massimi. In questo momento delicato sono rimasta appiccicata a un’etichetta malsana e cattiva come a un foglio di carta moschicida.
Cattiva sì. Non stro**a, non bast***a, e nemmeno parole più volgari. In questi epiteti c’è la rabbia, c’è il rancore, c’è la possibilità che forse la ragione stia nel mezzo. Invece no, chiamiamole con il loro nome queste persone. Ragazzini piccoli e cattivi. Io di rabbia non ne ho più, si è sciolta nelle lacrime piante di nascosto. Ma non vuol dire al suo posto ci sia il perdono.

E sai cosa? Gli ultimi mesi delle scuole medie li ho passati in banco con un ragazzo, vittima anche lui delle angherie degli stessi carnefici che mi avevano reso uno degli zimbelli della scuola. E lì, in un bambino di tredici anni, ho visto lo specchio di me stessa. Ho trovato l’infinita sensibilità sotto la corazza eretta a difesa di due piccole anime bombardate da poveri imbecilli. Due persone messe di fronte a dei difetti, veri o fasulli che fossero; due persone che, proprio quando stanno definendo i tratti del loro carattere, devono conoscere gli abusi dell’emarginazione messa in pratica da dei vigliacchi che di questo hanno bisogno per sentirsi speciali.

Adesso sono cresciuta, ho passato i trent’anni e certe situazioni me le sono lasciate alle spalle. Ma dimenticarle è impossibile e non è una cosa giusta. Nell’anima è rimasta una cicatrice grande come quella sulle facce dei pirati. Se ne sta lì, con le sue brutture, a ricordarmi quello che ho passato, e perché oggi sono capace di essere forte per te, per la mia famiglia e per i miei amici. E, ahimè, anche per tutti quelli che da soli non sono in grado di difendersi: soffro un po’ della sindrome del paladino.

E il carattere?

Beh, io sono rimasta fragile, ci vuole poco a mandarmi in pezzi. Ma so rimettermi insieme che è una meraviglia.
Sono rimasta chiusa e diffidente. Non ti nascondo che mi definisco un pochetto asociale.
Sono rimasta sensibile e insicura. Ma come va il mondo l’ho scoperto subito, ed è stato un bene: mi ha permesso di perdermi in libri favolosi, dove scappavo per trovare il mio rifugio. Ho imparato a infilare le parole come perle, per costruire bellissime collane.
So distinguere abbastanza bene la falsità, la annuso come i cani.

Ti ho raccontato tutto questo perché io voglio, in quanto tua madre e tua educatrice, che tu abbia sempre rispetto per le altre persone.
Io pretendo, in nome dell’amore che ho per te e che tu hai per me, che tu conosca l’onore dietro una parola di conforto, invece che l’arroganza e la viltà di chi si fa forte nascondendosi in un gruppo.
Io esigo, in quanto vittima di bulli e narratrice di questa storia, che tu comprenda che ogni stupido gesto comporta grandi cicatrici.

Non sarà un percorso facile, ma è la strada giusta per diventare grandi in tutti i sensi.

 

 

5 pensieri riguardo “Bullismo: un’esperienza, raccontata col senno di poi

  1. Ciao 🙂 Il bullismo ti devasta. La colpa penso sia per la maggior parte dei genitori che non sanno o non vogliono educare i propri figli. É molto bello quello che hai scritto, in quanto a genitori si é anche educatori, purtroppo molti genitori non lo comprendono, pensano che riempendo di giocattoli i propri figli stiano bene, ma i figli hanno bisogno del loro tempo, della loro esperienza e della loro disciplina.

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